Una categoria professionale poco chiacchierata e che ora fatica a lavorare.

Ne siamo tutti consapevoli: il lockdown e più in generale le misure di contenimento per tentare di arginare la pandemia mettono in crisi interi comparti dell’economia e categorie professionali. Basta pensare a che cosa significa chiudere le attività di ristorazione, o decimare la capienza di luoghi di aggregazione di massa come stadi o parterre dei concerti.

Certamente più piccola in termini di occupati, ma altrettanto (se non ancor più) penalizzata è la categoria degli informatori farmaceutici, che dallo scorso marzo in buona parte si trova in sostanziale inattività forzata. Stiamo parlando, indicativamente, di 30mila professionisti in Italia. E se già nel corso dell’estate associazioni di categoria e politici hanno fatto sentire la propria voce sollevando pubblicamente il problema, le nuove misure restrittive in corrispondenza della stagione fredda 2020/2021 difficilmente potranno migliorare le cose.

Hai voglia a dire smartworking

Portare in smartworking tutto il possibile è uno dei mantra che (giustamente) vengono ripetuti da mesi. Ma proprio come il panettiere e il chirurgo, anche l’informatore farmaceutico è un mestiere che ben poco si presta alla remotizzazione. Certo, per interloquire con un medico e mostrare materiale informativo si potrebbe, in linea di principio, utilizzare la tecnologia e farsi bastare una videochiamata o una email. Ma non è così che funziona. O meglio, non è così che ha sempre funzionato, e affinché funzioni davvero occorre che a cambiare metodo non siano solo i mittenti della comunicazione – gli informatori stessi – ma anche i destinatari, ossia i dottori. E se da tempo immemore il mestiere era quello di guadagnarsi un po’ di spazio e attenzione approcciando faccia a faccia il personale medico, occorrerebbe un improbabile e repentino cambio culturale per traslare di colpo tutte queste interazioni sul digitale.

D’altro canto, di soluzioni semplici non ne esistono. La Federazione delle associazioni degli informatori scientifici del farmaco (Fedeaiisf) auspica naturalmente un ritorno dei professionisti in corsia e negli ambulatori, partendo da alcune regioni in cui i professionisti “hanno già raggiunto ottimi risultati, riuscendo a interfacciarsi e a collaborare con la regione e con le direzioni sanitarie”, come riferisce La Stampa. Allo stesso tempo, però, è difficile immaginare che in una situazione di emergenza sanitaria si possa prevedere la circolazione nelle strutture ospedaliere di persone non strettamente indispensabili – e che cosa sia ritenuto indispensabile è naturalmente una valutazione non solo tecnica ma anche politica.

L’appello, l’oblio e le domande aperte

Il primo grande sforzo messo in campo da parte della categoria professionale è quello di farsi notare. Proprio perché gli informatori costituiscono un anello della filiera della sanità invisibile al cittadino, molte persone ignorano del tutto la loro esistenza, e altri li considerano dediti esclusivamente all’attività di vendita e promozione dei farmaci.

Fedeaiisf ha messo in luce e ribadito una serie di punti per controbattere a questa percezione. Anzitutto, gli informatori farmaceutici hanno un ruolo riconosciuto di farmacovigilanza regolato da norme specifiche. Poi, hanno una responsabilità importante nell’informare i medici sull’uso corretto dei farmaci, a beneficio di medici e pazienti. E inoltre si tratta di professionisti laureati nelle specifiche discipline scientifiche, e formati per muoversi in sicurezza all’interno delle strutture sanitarie.

L’appello di categoria è stato raccolto anche dalla presidente della Commissione lavoro della Camera, Debora Serracchiani. Rivolgendosi ai ministri competenti – Roberto Speranza alla Sanità e Nunzia Catalfo al Lavoro – Serracchiani ha ribadito l’importanza di telelavoro e smartworking per tutte le professioni, ma anche riconosciuto come il rapporto diretto con i medici sia a oggi parte integrante e irrinunciabile dell’attività del settore.

Decisiva per il futuro sarà la taratura fine dei protocolli di accesso alle strutture sanitarie, che peraltro possono avere (e in effetti hanno) differenze piccole ma decisive da regione a regione, generando pure una disomogeneità territoriale. E se da un lato gli informatori farmaceutici si dichiarano “adeguatamente addestrati all’utilizzo dei dispositivi di protezione personale e alle procedure di sanificazione delle mani”, dall’altro è pur vero che in molte strutture ospedaliere l’accesso è regolato da procedure estremamente rigide, che ammettono poche eccezioni rispetto a quanto strettamente necessario ad assicurare la continuità del servizio.

In realtà il tema è più ampio. Al di là delle decisioni prese in corsa per i prossimi mesi e all’esito sul breve periodo di questa lotta di categoria, la grande domanda aperta resta che cosa ne sarà della professione a medio e lungo termine. Sarà sufficiente un atto normativo o un accordo tra le parti, o sarà necessario – nella nuova normalità – ripensare alla base un’intera professione, cambiandone nel profondo le caratteristiche e le modalità d’azione? Per esempio, come si può rafforzare o ricostruire in modo alternativo il rapporto con i medici, sfruttando al meglio le potenzialità della tecnologia? Se è vero che il mondo post-covid potrebbe essere per molti motivi diverso da quello a cui eravamo abituati, e che parecchie professioni oggi sono in via di ridefinizione, non è così ardito credere che anche l’informatore farmaceutico del futuro non resterà identico alla sua versione pre-pandemica. Anche perché reinventarsi, a volte, è l’unico modo per sopravvivere.