Intervista con Alessandro Rimassa, che nel 2006 aveva raccontato una generazione di precari e oggi parla della centralità delle persone e dei valori per le aziende che vogliono crescere.

Alessandro Rimassa, founder della business school Talent Garden con sedi in Italia, Irlanda, Danimarca, Austria e Spagna, e poi della community Changers dedicata alla crescita e alla trasformazione digitale, ha appena pubblicato il suo settimo libro, “Company Culture” (Egea), sulle nuove regole per fare crescere le imprese. Saggio che include anche un contributo dell’ad di ManpowerGroup Italia, Riccardo Barberis. Il debutto di Rimassa in libreria fu assolutamente sfolgorante, nel 2006, con il romanzo “Generazione mille euro”, bestseller poi tradotto in sette lingue e diventato anche un bel film uscito in sala nel 2009.

A inizio anni 2000, in effetti, mille euro sembravano uno stipendio molto basso. Ora non più, non trova?

In un libro successivo, infatti, ho scritto che l’incubo mille euro si era, anzi, fatto speranza. C’è stato un cambiamento epocale del mondo del lavoro: alcuni paesi, come Stati Uniti, Regno Unito, quelli del Nord Europa, sono andati veloci e hanno dato alle persone l’opportunità di crescere premiando il merito, pur in sistemi molto crudeli, senza pietà. In Italia, invece, il sistema è rimasto bloccato, basato sul pregresso, sui diritti acquisiti.

Nel suo profilo si legge: “Sono sicuro che questo sia il momento migliore della storia in cui vivere”. Visto quanto sta accedendo nel 2020, ne è ancora convinto?

Ma quando ci ricapita un cambiamento così continuo, un momento come questo in cui ripensarci come persone, come professionisti. Io dico, in maniera quasi paradossale, che il Covid fa benissimo al lavoro, alle aziende, al cambiamento. Naturalmente ho il massimo rispetto per quanto accade dal punto di vista sanitario. Ma l’essere umano ha continua necessità di mutare e di crescere.

In questi mesi molti stanno riscoprendo la passione per il proprio lavoro, comprendendo forse che, causa pandemia, non è che resti molto altro nelle nostre vite. Che ne pensa? 

Diciamo che si percepisce il lavoro come punta centrale dell’insieme delle proprie soddisfazioni e felicità. Emerge che le aziende non sono qualcosa a sé stante, ma una somma di persone. Si comprende che il successo delle aziende è dato dalla somma del successo delle singole persone, dei singoli team. Proprio in questi mesi si delineano due tipi di aziende: le realtà interessate alle persone, sia in lockdown sia dopo, che danno supporto psicologico, bonus, device, portano sedie ergonomiche a casa. Non sono la maggioranza, ma sono molte. E poi le aziende che invece mettono le persone in cassa integrazione dicendo loro: ma lavori lo stesso, vero? E che poi, a fine lockdown, hanno richiamato tutti sul posto di lavoro, cinque giorni su cinque. Queste sono le aziende che perderanno i loro talenti.

Cambiare lavoro però è sempre più difficile, le persone, anzi, sembrano aggrappate alla propria sedia…

Tenuto conto che resteremo in una situazione di emergenza almeno fino alla fine del 2021, dobbiamo però guardare al 2024, al 2025. In quegli anni le aziende che non si sono comportate bene ora, che non sono state trasparenti, perderanno le persone di valore. E senza le persone di valore non si va lontano.

Lei è milanese e ama Milano: che futuro si prospetta per la città?

Come tutte le metropoli, si deve ridisegnare e ripensare. Va rivisto quel concetto di urbanizzazione all’infinito, dove si stimava che il 78% degli abitanti del mondo avrebbe abitato in città. Ora si cambia, si punta a una città più diffusa, ai negozi di quartiere, alle periferie. Vanno ripensati gli spazi. Un hotel di Roma, per esempio, ha appena convertito tutte le sale meeting in studi tv per fare conference a distanza. Nella nuova normalità post-emergenza credo che più del 50% del tempo lavorativo sarà comunque in smartworking. E, allora, tutti i grattacieli e i palazzi di Milano si svuoteranno. Gli spazi lasciati liberi potranno essere riempiti da quelli che al momento stanno lavorando in uffici-appartamento. Allora gli uffici-appartamento torneranno a essere appartamenti e basta: in questo modo i prezzi al metro quadro di Milano potrebbero scendere, consentendo a molte più persone di abitare in case più grandi. Le librerie, i bar diventeranno anche spazi di lavoro in co-working, con una città socialmente più viva. E tutto questo contribuirà a restituire un senso al termine città.

Il suo nuovo libro, “Company Culture”, lo ha scritto prima del Covid o durante la pandemia?

L’ho pensato prima e l’ho scritto durante. Ma erano tutti temi che già ritenevo validi pre-emergenza sanitaria. Gli anni Dieci sono stati quelli della trasformazione digitale, gli anni Venti sono quelli della centralità delle persone nelle aziende. Il Covid, ovviamente, ha velocizzato tutto, e la trasparenza e la fiducia all’interno della cultura aziendale sono diventate centrali in un processo di cambiamento non nel giro di qualche anno, ma di pochi mesi. Viviamo in un’epoca di trasformazione continua, le aziende devono smettere di costruire regole e procedure. Devono invece avere dei valori condivisi, scegliendo le persone che condividano quei valori: il valore condiviso è il sistema migliore per fare funzionare le aziende.

Si parla molto di smartworking, che però, finora, non pratica quasi nessuno: in genere, semplicemente, si lavora da casa…

Le grandi aziende, che sembravano vecchi bisonti morenti, si sono dimostrate invece molto vive nel cambiamento, così come le start-up. Lo smartworking si pratica molto poco nelle Pmi, che però sono effettivamente la gran parte delle aziende italiane. In giugno-luglio molte grandi aziende non hanno neppure aperto le loro sedi. Le Pmi, invece, hanno preteso di riavere i lavoratori in presenza 5 giorni su 5. Con la logica del command&control, quella secondo la quale se non ti vedo lavorare non stai lavorando.

Lo stesso discorso vale per la formazione? Nelle Pmi spesso si fa finta di fare formazione, la si vive come una pratica da espletare e di cui liberarsi velocemente…

Le aziende che investono in formazione sono le stesse che investono in trasparenza e condivisione, che hanno a cuore le persone. Ho sentito un dialogo tra un amministratore delegato e un responsabile delle risorse umane che riassume bene la situazione. L’amministratore delegato diceva: “Spendiamo un sacco di soldi per formare le persone, e poi se queste persone se ne vanno?”. Ma l’HR rispondeva: “E se invece non spendiamo in formazione e poi tutte queste persone rimangono?”. Ecco, in generale la formazione è una cosa seria nelle grandi aziende e nelle start-up, non lo è nelle Pmi.

Dalla pandemia emerge pure la figura di un lavoratore dipendente che diventa sempre più lavoratore autonomo…

Si va verso un concetto di smart, di lavoro per obiettivi. Quando lo smartworking diventerà la forma di lavoro predominante, allora anche il mondo dei freelance e dei professionisti tornerà a essere centrale. Prima degli anni Duemila i professionisti erano veri professionisti, non dei precari. Poi sono arrivati i contratti a progetto, che erano un imbroglio. In futuro si dovrà valorizzare la figura del libero professionista, che però dovrà essere una libera scelta, e non un lavoro dipendente sotto mentite spoglie. I liberi professionisti potranno essere pagati il giusto, e, soprattutto, puntualmente.