Erika Andreetta, Partner PwC Italia, ci racconta “Italia per l’Italia”: progetto che ha visto 400 aziende manifatturiere riconvertire in tempi strettissimi parte o tutta la loro produzione per realizzare camici e mascherine durante le crisi sanitaria.

Quattordici marzo 2020: “Gli ospedali hanno bisogno urgente di materiale sanitario: camici monouso in tnt idrorepellente, mascherine chirurgiche, mascherine ffp2 e ffp3, copricalzari tnt idrorepellenti, cuffie tnt idrorepellenti. Idee?”. Recitava così un post pubblicato su Facebook una sera di otto mesi fa da Erika Andreetta, partner di PwC Italia e Luxury Goods Consulting Leader. Un testo che in un attimo ci riporta nel cuore dell’emergenza sanitaria, quando ci siamo scoperti di colpo impreparati ad affrontare la pandemia da coronavirus. E in quel momento Erika Andreetta non immaginava di certo che il suo appello avrebbe dato il via alla più grande mobilitazione solidale della moda e dell’industria tessile italiana nella storia del paese.

I protagonisti

È partita così la vicenda di “Italia per l’Italia”, il progetto di natura etica che ha visto 400 aziende manifatturiere riconvertire in tempi strettissimi parte o tutta la loro produzione per realizzare camici, mascherine e i vari dispositivi di protezione individuale per ospedali e comunità locali. A dare concretamente vita a questo imponente sforzo di filiera nel segno della solidarietà è stato un protocollo siglato dai maggiori attori del settore, autori del progetto “Italia per l’Italia” con la partecipazione di PwC: Confindustria Moda, CNA Federmoda e Sportello Amianto Nazionale, che hanno subito condiviso il documento con la presidenza del Consiglio dei ministri, la Protezione civile e il commissario straordinario Arcuri. In tempi record nasceva così un’immensa filiera collettiva, che ha coinvolto i grandi nomi della moda italiana ma anche sarte e piccole e medie imprese desiderose di aiutare le fasce più fragili della popolazione nel momento più drammatico della pandemia. “Penso sia forse uno dei più grandi esempi benefici mai visti nella storia italiana, di sicuro la più grande mobilitazione solidale della moda – dice Erika Andreetta –. La sera in cui ho pubblicato il post stavo sentendo cari amici medici che erano completamente disperati. Una dei primi a condividere il messaggio fu Paola Bottelli, giornalista che aveva seguito la moda per Il Sole 24 Ore. Da lì è partito un effetto a catena, che ha finito per coinvolgere numerosi personaggi pubblici e poi tutti i grandi del settore, da Armani a Calzedonia”.

In tre settimane milioni di camici e mascherine

Sono bastate solo tre settimane per ottenere tutte le certificazioni necessarie per rispettare i criteri imposti dalle normative europee in tema di dispositivi medici. In questo lasso di tempo aziende e professionisti hanno messo a disposizione le loro competenze per capire quali fossero i tessuti più adatti per essere trasformati in dispositivi di protezione, si sono scambiati pareri e hanno fatto rete per riuscire a raggiungere risultati che a posteriori sembrano ancora più straordinari.

L’interno della realtà industriale di RadiciGroup che ha aderito al progetto

I numeri parlano da soli: se all’inizio si producevano 5 milioni di mascherine chirurgiche a settimana per gli ospedali e 2,4 milioni di mascherine per la comunità, nel corso del tempo la produzione mensile è salita a 100 milioni di mascherine, 10 milioni di camici e oltre 20 milioni di pezzi tra cuffie e calzari. Merito anche di una progressiva automazione dei processi grazie all’acquisto di macchinari da parte delle aziende che hanno avuto accesso ai finanziamenti Invitalia per la riconversione. Senza dimenticare l’iniziativa di centinaia di operai in tutta Italia che volontariamente sono rimasti alla loro postazione per lavorare attivamente alla nuova produzione.

Il supporto degli altri settori

A supportare questo progetto di mobilitazione solidale della moda si sono fatte avanti anche aziende estranee all’industria tessile. “Si tratta di grandi imprese che ci hanno contattati per capire come potevano darci una mano e hanno messo a disposizione risorse i loro network – spiega Andreetta –. Tra queste anche ManpowerGroup Italia, che fin dall’inizio si è mobilitata per sostenere le nostre operazioni. Un apporto, insieme a quello delle altre corporate, risultato fondamentale alla buona riuscita del progetto”. Progetto che non si è esaurito con la fine del primo lockdown, anzi. Alcune aziende che avevano creato apposite divisioni per riconvertire la produzione hanno continuato l’attività anche nei mesi successivi, dando vita a nuovi business oggi in crescita. Oggi è possibile sostenerle acquistando i loro DPI (chi è interessato può scrivere a paolo.galeotti@pwc.com), e così inserirsi nella schiera di aziende che, come ManpowerGroup, sono convinte che la ripresa passi innanzitutto da uno sforzo collettivo e solidale. “La nascita di nuove attività è stata uno sviluppo inaspettato che non può che farci piacere – commenta Erika Andreetta –. Perché nella fase critica in cui ci troviamo per l’economia italiana, la nascita di nuove opportunità ci dice tanto della resilienza del nostro paese, ancora più preziosa visto che è stata alimentata da un gesto gratuito di solidarietà”.