Sei donne gestiranno i cento miliardi del Recovery Fund. Ed è tempo che queste risorse vengano usate per liberare le energie congelate di un pezzo d’Italia.

Sei donne, almeno sei, gestiranno i cento miliardi del Recovery Fund. Mai nella storia della Repubblica una simile montagna di denaro era stata nella disponibilità (certo non esclusiva) di un gruppo femminile. Almeno metà dei 209 miliardi che dovrebbero arrivare da Bruxelles finiranno infatti a sei ministeri del governo Conte alla cui guida ci sono appunto sei ministre. Per ora almeno. Perché nei corridoi dei ministeri qualcuno osserva che tutto questo gran parlare di rimpasto e la grande attenzione concentrata proprio su alcune ministre potrebbe anche avere a che fare con gli appetiti che i cento miliardi alimentano.

Comunque, almeno per ora, le sei ministre sono al loro posto, mentre i cento miliardi ancora non si sono visti ma, si spera, arriveranno.

Paola De Micheli alle Infrastrutture, Nunzia Catalfo al Lavoro, Elena Bonetti alle Pari Opportunità e alla Famiglia, Fabiana Dadone alla Pubblica amministrazione, Paola Pisano all’Innovazione tecnologica e Teresa Bellanova alle politiche agricole saranno chiamate a una prova storica: dimostrare che le donne, se e quando hanno un bottone da spingere, sanno farlo con saggezza, efficienza e senza sprechi.

Su cento miliardi, una buona fetta andranno al Ministero di Paola De Micheli, tra opere ferroviarie, alta velocità, piano nazionale per la qualità dell’abitare, etc. La ministra punta a ricucire le diseguaglianze infrastrutturali tra Nord e Sud e la cifra cui avrebbe diritto il suo ministero si aggira sui 65 miliardi.

Altra ministra su cui sono puntati gli occhi di tutti è Nunzia Catalfo. La pandemia lascia senza lavoro donne e giovani che già prima del Covid non se la passavano bene. L’occupazione femminile è scesa al 48,4%. Una donna su quattro lascia il lavoro alla nascita del primo figlio e – qui entra in campo la ministra della famiglia e delle Pari opportunità Elena Bonetti – mentre in Europa le madri possono contare su asili nido, in Italia non hanno questa risorsa: solo il 24% rispetto al 33% europeo.

Per creare occupazione bisogna dare una formazione nuova, una spinta alla cultura digitale. Qui interviene la ministra Pisano perché il 20% del fondo Next Generation Eu sarà destinato proprio all’educazione dei nuovi lavoratori, uomini e donne, e alla formazione di chi un lavoro ce l’ha già. Per esempio nella Pa la cui titolare, Fabiana Dadone, dovrebbe appunto gestire digitalizzazione della Pa, formazione, lavoro agile.

Alla ministra delle politiche agricole Bellanova toccheranno infine dieci miliardi per una vasta serie di progetti che dovrebbero aiutare la competitività italiana e lo sviluppo dell’agricoltura in direzione della green economy.

A parte la gestione dei fondi europei, cosa cambierà per le donne italiane che potrebbero beneficiarne? L’eurodeputata Alexandra Geese ha analizzato l’impatto di genere sui fondi che dovrebbero arrivare da Bruxelles, concludendo che i soldi andranno soprattutto a settori dove sono occupati più uomini che donne (trasporti, infrastrutture) mentre la pandemia ha devastato l’occupazione nel turismo, nei servizi, nei settori relazionali, nel commercio. Là dove molte piccole e piccolissime imprenditrici avevano trovato uno sbocco professionale. Per questo un gruppo di economiste ha fondato il movimento “Il giusto mezzo” che si propone di sottolineare come a una crisi economica straordinaria non si possa rispondere con misure tradizionali.

L’Italia dopo la pandemia ha visto ulteriormente diminuire la popolazione e, come si diceva, ha visto aumentare la disoccupazione femminile, a fronte di un carico di lavoro di cura non retribuito. La mancata crescita è frutto anche di questa visione vecchia di un Paese che lascia le donne a casa perché provvedano da sole ai figli e agli anziani, mentre quelle stesse donne, dividendo la cura familiare con il partner ed essendo aiutate da Stato e aziende, potrebbero contribuire e produrre ricchezza a beneficio dell’intero Paese.

In un commento per “Il Messaggero” ho paragonato le donne italiane alla figura architettonica del Talamone, che regge sulle sue spalle tutto l’impianto diciamo scenico/architettonico, per esempio sui bellissimi soffitti della reggia di Venaria. Ecco, sarebbe ora di alleggerire il peso che grava sulle spalle delle Talamone d’Italia, defiscalizzare sul serio collaboratori domestici, badanti e babysitter per esempio. E lasciare che i cento miliardi da far gestire alle sei ministre servano davvero a liberare le energie congelate di un pezzo d’Italia.