La sfida di Tia Taylor per un’industria creativa sempre più inclusiva e diversa

Tia Taylor è una giovane YouTuber e Influencer afroamericana che da tempo vive in Italia. L’ultimo format che ha lanciato su Instagram, “Una donna che conta”, ha riscontrato molto successo. Sono una serie di video dedicati al personal finance, per insegnare agli utenti di Instagram come gestire il proprio denaro. Taylor, laureata in Economia all’Università Bocconi, è anche una delle voci che in Italia più si spende per un’industria creativa inclusiva e diversa.

Come una ragazza afroamericana di Norwich (Connecticut) è finita per trasferirsi e lavorare in Italia? Dove inizia la tua storia Tia?

Dopo il liceo, avevo fatto tutte le procedure di ammissione per diverse università e stavo aspettando che mi dicessero quanto sarebbe costata la laurea negli Usa. Mi ero nel frattempo guardata intorno in cerca di alternative, e dato che sapevo che in Italia c’erano delle buone università, avevo cercato di capire se laurearmi qui sarebbe stato più conveniente. Così sono stata ammessa alla Bocconi. Inizialmente avevo intenzione di ottenere la laurea triennale in Italia, per poi tornare negli Stati Uniti e studiare legge, ma frequentando la Bocconi, dove c’è un corso di Laurea in Giurisprudenza, ho capito che quella non era la mia strada.

Quando e come è nato invece il tuo canale Youtube? È collegato al tuo capitolo italiano?

Già al liceo avevo avviato il mio canale YouTube, ma durante l’università è diventato un diario dove raccontavo la cultura italiana che stavo scoprendo. Era il 2016, e molte persone sembravano interessate a quel tipo di format: prima di me non c’erano informazioni in inglese su come fare per poter studiare in Italia, al di fuori del contesto Erasmus. Il mio canale all’inizio è andato molto bene per quel motivo. In un secondo momento sono arrivati gli utenti italiani interessati a conoscere l’opinione di un’americana che vive in Italia. Il mio primo format che ha riscontrato successo è stato “Italia VS USA”, in cui parlavo di tutte le differenze che notavo tra i due Paesi.

Qual è stato il momento in cui il tuo canale YouTube ha smesso di essere una semplice passione ed è diventato un lavoro vero e proprio?

Su YouTube si guadagna soprattutto tramite la pubblicità, ma quando inizi a fare certi numeri, i brand cominciano a contattarti per le sponsorizzazioni. Così, senza quasi rendermene conto, il mio indirizzo professionale si è spostato da studentessa di Economia verso il marketing e la creazione di contenuti. Penso di aver raggiunto la linea tra hobby e lavoro quando mi sono resa conto di dover aprire la partita IVA. Inizialmente gli importi erano così bassi che potevo lavorare anche soltanto attraverso la ritenuta d’acconto. Ho aperto la partita IVA quando ero all’ultimo anno di università. Tra la consegna della tesi e la cerimonia di laurea ho cercato di fare l’influencer a tempo pieno: avevo la mia partita IVA, avevo più tempo e quindi producevo contenuti full time.

Ma eri già passata a Instagram?

Ero principalmente su YouTube ma avevo anche gli altri social, e nonostante sia stata brava a creare engagement sui miei contenuti, in quel momento mi sono detta che non potevo essere solo un’influencer. All’epoca mi sembrava un grande rischio dipendere solo da quello, perché, sì, i guadagni c’erano, ma erano comunque poco costanti. Visto che
Le istituzioni non ti riconoscono veramente, non ti considerano finché non hai un contratto a tempo indeterminato e questo creerà un problema per la nostra generazione che non lo avrà mai. Mi sono detta che non potevo essere solo un’influencer. All’epoca mi sembrava un grande rischio dipendere solo da quello, perché sì, i guadagni c’erano, ma comunque poco costanti non avevo altre fonti di reddito mi sono detta che dovevo mettere a frutto la mia laurea, trovando un lavoro tradizionale che mi portasse un’entrata fissa. Ho continuato a seguire la mia passione, ma finché non fosse diventata una cosa sicura, avevo bisogno di assicurarmi un lavoro normale. È solo da quest’anno che le entrate stanno diventando più stabili, ma poi con il virus…

Una volta hai detto su Instagram, che secondo te ci sono solo una manciata di influencer che riescono a vivere solo con la creazione di contenuti. Pensi che tutte abbiano fatto il tuo percorso?

Penso che dipenda molto da che tipo di persona sei e qual è il tuo tenore di vita. Anche se riesci a vivere con 800€ al mese, può essere difficile lavorare su Instagram con una fan base sotto i 100K e con poco engagement, ma lavorando su YouTube può andare meglio. Il problema è che i due business model sono completamente diversi. Su YouTube il modello ruota intorno al revenue sharing: tu posti il tuo contenuto, l’azienda ci inserisce la pubblicità e, in base a visualizzazioni e condivisioni, arrivano i ricavi. Su Instagram questo modello non c’è: vieni pagata esclusivamente quando fai una collaborazione con un’azienda privata, e non è detto che i brand investano denaro, oppure non sempre vedono il valore in quello che fai. Penso che sia più difficile guadagnare su Instagram, ma stranamente i compensi sono più alti. Da una parte, quello che guadagni dalle pubblicità di YouTube è pochissimo, ma lo ricevi ogni mese. Invece su Instagram io sto iniziando ora a chiudere contratti con importi molto più alti rispetto a prima, sono però uno ogni tre mesi.

Una donna che conta è il tuo ultimo format. Quando decidi di cambiare i tuoi contenuti, si tratta di un’intuizione o di una mossa studiata in base ai numeri e al tuo pubblico?

Penso entrambe le cose. Innanzitutto hai i numeri davanti a te, e vedi quando un contenuto funziona o no, capisci quando la gente sta iniziando a stancarsi. Ma vedi anche quanto tu ti stai stancando. Secondo me, un influencer capisce quando è il momento di cambiare. Questo è un po’ la challenge — la sfida — di essere content creator, e accomuna tutti i creativi: è davvero difficile essere longevi. Magari, come succede per un attore, uno YouTuber va forte per qualche tempo, ma poi deve capire come essere rilevante anche il prossimo anno. This is the ultimate challenge.

Mi chiedo però se fare l’influencer sia oggi un lavoro riconosciuto. La banca che deve erogare un mutuo o le istituzioni riconoscono il content creator come lavoratore?

Per l’agenzia delle entrate sicuramente sì, e paghiamo un sacco di tasse. Penso che le persone normali che vedono i tuoi follower, i contenuti che pubblichi, sì, ti considerano un lavoratore. Dall’altro lato, le istituzioni non ti riconoscono veramente, probabilmente non ti considerano finché non hai un contratto a tempo indeterminato — e questo creerà un problema per la nostra generazione che non lo avrà mai.

Dicevi prima che la pandemia ha avuto qualche impatto sul tuo lavoro. Pensi che, in quanto afroamericana, le tue opportunità si siano ridotte maggiormente sul mercato italiano?

In breve, no. Sono successe due cose. Sono una persona molto propositiva, e quando ho visto che i miei clienti stavano vivendo la crisi, ho iniziato a cambiare i miei contenuti. Ho sempre voluto parlare di argomenti economici, con la mia laurea e il mio background, sapevo di avere la conoscenza necessaria. Ho utilizzato il lockdown per fare un po’ di rebranding. Una donna che conta, è un format che ha funzionato sin dall’inizio, dal momento che vivevamo in un momento di incertezza, e tutti volevano capire come gestire meglio il denaro. È stato anche il periodo delle proteste Black Lives Matter, durante il quale tutto il mondo ha scoperto il razzismo, anche nell’industria creativa. Quindi dopo il lockdown hanno cominciato a contattarmi clienti più solidi. Alcune collaborazioni erano basate sulla diversity, ma non necessariamente.

La tua comparsa al Festival del Cinema di Venezia è stata emblematica in questo senso?

Penso di sì perché, mi hanno chiamato per una linea di colori per capelli. È stata la prima volta in cui sono stata contattata da un brand così grande, e non per promuovere la linea di nuovi fondotinta per pelli scure! Qualsiasi persona poteva promuovere quel brand a Venezia, ma hanno deciso di scegliere me.

Una persona nera. Mi sembra un segnale incoraggiante.

Sì, lo penso anche io. Lo spero.

Il lavoro in una parola, per te.

Lottare o sopravvivere.