Prima di questo assurdo 2020 molti di noi non sapevano cosa fosse un webinar.

Se solo l’anno scorso avessimo ricevuto una mail con un invito a un webinar avremmo pensato a un nuovo tipo di truffa online o a chissà quale nuova diavoleria di marketing. Arriva la pandemia e improvvisamente tutti sappiamo che il webinar (web+seminar) “è una sessione educativa o informativa la cui partecipazione avviene in forma remota tramite una connessione a internet” (parola di Wikipedia). Non solo lo sappiamo ma per la legge dei grandi numeri (vista la quantità di webinar che si sono tenuti quest’anno), il novanta per cento di noi avrà preso parte a una di queste sessioni.

Qualunque sia la natura di un webinar (aggiornamento professionale, tavola rotonda su un tema culturale, fare il punto della situazione in una grande azienda) abbiamo tutti dovuto inventarci una sorta di bon ton. Abbiamo tutti imparato a farci vedere in video (possibilmente vestiti, almeno per la metà superiore) all’apertura della sessione e a mettere il microfono su muto quando parlano gli altri. Abbiamo imparato a prenotare il nostro intervento e soprattutto abbiamo capito che la cosa migliore da fare, nella maggior parte dei casi, è tenere videocamera e microfono spenti limitandoci a fare quello che nel mondo dei social network si chiama lurking ovvero “osservare nell’ombra senza intervenire”. Prima del boom dei webinar la parola lurker aveva una connotazione negativa: nei giorni delle polemiche infinite su Twitter c’era qualcosa di sospetto in qualcuno che non si avvaleva della meravigliosa possibilità di dire la sua su qualunque argomento dello scibile umano.

Oggi invece, da quando siamo incollati ai nostri computer sia per il lavoro remoto sia per il divertimento (altrettanto remoto), c’è qualcosa di rassicurante nella pratica del lurking. Anzitutto non ci sentiamo per forza in dovere di dire qualcosa. E poi, a microfono spento e a videocamera oscurata, finalmente possiamo fare qualcosa di analogico e quindi trasgressivo come berci una tazza di tè, leggerci un libro o fare un puzzle da 6 milioni di pezzi. E non dobbiamo sentirci in colpa, o dei disfattisti, perché la nostra finestrella oscurata è lì a dire al mondo di fuori che siamo sempre lì, vigili e partecipi della rivoluzione digitale.