Umiltà e ambizione, insieme, sono le due caratteristiche essenziali per un capo in grado di motivare davvero il proprio gruppo di lavoro.

Esistono peculiarità da leader che dipendono dalle epoche, dai periodi storici o dal particolare contesto sociale di un paese, e altre che invece sono valide ed essenziali al di là del tempo e dello spazio. Tra le caratteristiche più tradizionalmente da leader, ma reinventate in senso moderno, spicca la humbition, un termine inglese che indica il giusto equilibrio tra l’essere umili (humble) e l’ambizione (ambition). Dato che non è semplice tradurlo in italiano – umibizioso non suona granché bene – nel nostro paese c’è chi preferisce chiamarlo il ‘fattore H’.

In una società in cui troppo spesso vengono enfatizzati l’egocentrismo, la presunzione di sapere e l’eccesso, parrebbe quasi contradditorio che un buon capo possa essere umile e capace di ammettere i propri errori. In realtà, però, molti studi oggi dimostrano che le doti comunicative e l’umiltà rendono un leader non solo più apprezzato, ma anche più vincente ed efficace nel proprio operato.

L’umiltà è sinonimo di forza, e la porta d’accesso all’empatia

Sul significato del concetto di umiltà esistono alcuni fraintendimenti comuni. Anzitutto, spesso si tende ad attribuire un significato errato al termine: essere una persona umile non vuol dire lasciarsi calpestare o sottomettere. Già ai tempi della Grecia antica il filosofo Socrate ammetteva, con il suo celeberrimo so di non sapere, di non conoscere la maggior parte delle cose di questo mondo. Ed è ammettendo i propri limiti che si pongono le basi per allargare le proprie visioni, arrivare a nuove conoscenze e dunque innovare.

Inoltre, riconoscere di non essere dei supereroi non incide in alcun modo sulla valorizzazione di sé, ma permette una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e una più spiccata propensione all’ascolto. Distogliendo l’attenzione da sé stessi, in altri termini, si ha la possibilità di cogliere maggiori opportunità, apprezzando l’aiuto e il contributo degli altri. Insomma, l’umiltà è alla base del desiderio di imparare, di crescere e di continuare a migliorare, senza la presunzione del so già tutto e del non ho bisogno degli altri.

Tra le competenze soft più richieste in ambito lavorativo, soprattutto quando si lavora in team, c’è l’intelligenza emotiva. Ma cosa c’entra con l’umiltà e la humbition? Essere umili permette di mettersi alla pari con le altre persone, di ascoltare le loro opinioni e di provare a comprendere i loro punti di vista. In un contesto frenetico, in cui si è costantemente alla ricerca della velocità, del risultato e del successo lavorativo, sta acquisendo sempre più valore l’attenzione alle emozioni e alla serenità.

Un leader in grado di comprendere lo stato d’animo della propria squadra avrà sempre un punto di osservazione efficace per riuscire a modulare le richieste e i compiti, tirando fuori il meglio da ciascun membro del team. Una buona intelligenza emotiva, unita alle abilità sociali, permette di ispirare le persone che ci supportano e di ridurre di molto lo stress e la fatica.

L’ambizione non può mancare

L’umiltà e l’empatia rendono una persona più apprezzabile e forse anche più propensa al miglioramento, ma da sole queste due caratteristiche non fanno di un capo un buon leader. Infatti, per un ‘fattore H’ completo – la nostra humbition – serve anche l’ambizione, per motivare se stessi e soprattutto i propri collaboratori.

Ma cosa significa essere ambiziosi? Anzitutto, l’ambizione autentica non ha nulla a che vedere con l’arroganza, l’atteggiarsi come superiori o il mostrarsi invincibili. Si tratta, invece, di quella qualità che permette di agire, di farlo in maniera produttiva e con un obiettivo chiaro da perseguire. Senza una visione o un sogno, un leader perde la bussola e non può avere chiara la strada da percorrere. Ciò determina inevitabilmente la perdita di fiducia da parte dei collaboratori e la mancanza di entusiasmo. Viceversa, la presenza di uno scopo e di un traguardo – nel breve e nel lungo periodo – dà un senso al lavoro e a quello che si fa.

Un modello positivo per i capi di domani

Non esiste un unico prototipo di leader vincente ed efficace, ma ce ne sono un’infinità: da quello più socievole che va a pranzo con i collaboratori e chiama tutti i dipendenti la vigilia di Natale fino al capo instancabile che entra in ufficio per primo al mattino e torna a casa per ultimo alla sera. Di sicuro, in tutti i casi, un buon leader deve essere prima di tutto un esempio per i suoi subalterni, un punto di riferimento e un buon motivatore.

Nella percezione comune, ancora troppo spesso ci si immagina la figura del capo come una persona arrogante, menefreghista, egocentrica e poco attenta agli altri. Il ‘fattore H’ o humbition identifica proprio l’opposto di tutto ciò: le competenze del leader vengono messe a disposizione degli altri per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, l’arroganza lascia spazio all’umiltà e i successi diventano condivisi.

Ciò che davvero conta per un leader sono la credibilità e la fiducia da parte di tutte le persone che condividono uno stesso progetto. E questa stima non la si ottiene con l’aggressività o con l’imposizione, ma serve ben altro. Per essere il punto di riferimento per l’intera squadra è essenziale esprimere le idee in modo chiaro e assicurarsi che siano recepite in maniera idonea. Insomma, alzare la voce non migliora le competenze di un capo, ma lo rende solo più debole agli occhi dei colleghi. La fiducia si costruisce grazie all’equilibrio tra ambizione, desiderio ed empatia. A tutti capita di sbagliare e nessuno è capace in tutto: per questo il leader deve dare l’esempio e ammettere, con umiltà, di avere bisogno dell’aiuto altrui per raggiungere gli obiettivi di lavoro.