La pandemia ha portato a nuove abitudini e, di conseguenza, a una rivoluzione nell’esperienza di lavoro. Tra smartworking e lavoro in presenza, massimizzare i vantaggi è possibile grazie a modelli di lavoro ibrido.

Le progressive riaperture portano a nuove forme miste di lavoro, che integrano presenza e smartworking: l’esempio di ManpowerGroup. 

Chi non è ancora tornato in ufficio o in azienda, quasi sicuramente sta per farlo. Ma quanto? Quando? E, guardando un po’ più in là nel tempo, come?

Il piano di progressive riaperture delle attività deciso a livello centrale, sulla scia dei dati sempre più confortanti sull’andamento dell’epidemia e soprattutto delle vaccinazioni, sta accompagnando la parte produttiva del Paese verso quella “nuova normalità” lavorativa a cui tutti ci avviciniamo con un comprensibile misto di fiducia, entusiasmo, incertezza e qualche umanissimo timore. Tutti ci chiediamo: come lavoreremo nei prossimi mesi? Torneremo alle nostre abitudini? Tutte? O quali?

Partiamo dalle certezze: “Niente sarà più come prima”.

E’ giusto ribadirlo, perché su questo concetto concordano tutti: sociologi, psicologi, analisti, esperti di risorse umane, manager e rappresentanti dei lavoratori, a vario titolo.  Alcune delle “nuove abitudini”, se così vogliamo chiamarle, che volenti o nolenti abbiamo acquisito in più di un anno caratterizzato dal predominio dello smartworking sono destinate a restare. A tracciare una rotta e provare a guidare attraverso questo percorso, sicuramente tortuoso, verso le nuove forme di lavoro ci ha pensato Marilena Ferri, People & Culture director di ManpowerGroup. Un aspetto che sicuramente può rasserenare è che il clima è nuovamente cambiato, stavolta per il meglio, e ora si guarda ai nuovi modelli lavorativi con una certa serenità, forti anche delle molte, approfondite analisi effettuate nei periodi più critici della pandemia che pian piano ci stiamo lasciando alle spalle.

Ha effettuato molti studi su questi temi anche ManpowerGroup, naturalmente, e il risultato sono nuovi modelli di lavoro ibrido che integrano smartworking e lavoro in presenza, in un’ottica di maggiore efficacia e generazione di innovazione, confermando l’attenzione delle organizzazioni per un rinnovato concetto di integrazione fra lavoro e vita sociale”, spiega Ferri.

Quello del futuro quindi sarà un lavoro “ibrido”, liquido se vogliamo, dove occorrerà essere sempre più elastici, flessibili, e veloci nell’adattarsi, a tutti i livelli. L’obiettivo, prosegue la manager, è creare “una nuova esperienza di lavoro in grado di massimizzare i vantaggi dello smartworking con i vantaggi del lavoro di prossimità”.

In questa fase le filiali Manpower e gli uffici sul territorio sono destinati ad abbandonare il modello organizzativo fondato su gruppi di lavoro separati (le cosiddette “bolle”) utilizzato nel pieno della pandemia e passare a una forma di lavoro “ibrido”, appunto, che prevede la presenza in filiale per tre giorni alla settimana, con gli altri due giorni di lavoro gestiti in smartworking. Per quanto riguarda la sede centrale invece il numero di giorni in presenza sarà definito in base alle specifiche esigenze delle diverse funzioni aziendali.

Più avanti Manpower effettuerà poi un sondaggio fra dipendenti e collaboratori per valutare il primo impatto di questo nuovo modello organizzativo e programmare eventuali azioni di miglioramento” conclude Ferri. Pronti a cambiare di nuovo, insomma. Del resto, la nuova pianificazione di Manpower si inserisce in un contesto globale già piuttosto ben delineato.

Uno studio dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano effettuato a fine 2020 aveva infatti calcolato che le persone che hanno lavorato a distanza durante l’esplosione della pandemia erano state 6,58 milioni, pari a un terzo dei lavoratori dipendenti italiani. L’Osservatorio stimava inoltre che al termine dell’emergenza le persone a lavorare almeno in parte da remoto sarebbero state complessivamente 5,35 milioni, di cui 1,72 milioni nelle grandi aziende, 920mila nelle piccole e medie imprese, 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nella pubblica amministrazione. Secondo l’analisi, il 70% delle grandi imprese avrebbe incrementato le giornate di lavoro da remoto in media da uno a 2,7 giorni alla settimana e una su due modificherà gli spazi fisici.

E anche i gigante del tech che inizialmente aveva detto addio per sempre all’ufficio, sembrano fare marcia indietro. Il Ceo di Google Sundar Pichai con un tweet ha recentemente comunicato la nuova politica della multinazionale, spiegando che la settimana “ibrida” dei dipendenti comprenderà una presenza in ufficio per tre giorni a settimana, ma con ampi spazi di flessibilità in base ai ruoli e alle esigenze dei team di lavoro. Fra le possibilità offerte ai “googler” c’è anche quella di lavorare da qualsiasi luogo per un periodo fino a quattro settimane all’anno. Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg infine prevede che circa la metà dei dipendenti dell’azienda potrebbe lavorare da remoto entro i prossimi cinque-dieci anni.