Biotecnologie, comunicazione e una rete di relazioni: il punto di vista dei fondatori di BioPharma Network sul futuro occupazionale del comparto farmaceutico

Pure il settore pharma – forse persino più di molti altri – ha risentito dell’effetto accelerante della pandemia, con una serie di trasformazioni che parevano essere di lungo periodo diventate invece realtà nel giro di pochi mesi. Non è retorica: i nuovi farmaci sono profondamente diversi da quelli tradizionali, il mestiere di chi lavora nelle aziende farmaceutiche è cambiato radicalmente, ed è mutata anche la percezione stessa che le persone hanno delle aziende del comparto. Con la conseguenza che, dalla formazione fino alla pratica quotidiana e agli obiettivi perseguiti, il lavoro in ambito farmacologico sta assumendo un volto nuovo.

Per orientarci in questa inevitabile metamorfosi che guarda al futuro, per Linc ne abbiamo parlato con i tre fondatori di BioPharma Network, l’associazione dei manager del settore farmaceutico che aggrega professionisti di grande esperienza, spaziando dai temi scientifici delle biotecnologie a quelli gestionali delle grandi aziende, fino agli aspetti legati alla formazione e alla rete di relazioni esterne.

“Le professioni stavano già cambiando prima della pandemia, ma oggi c’è proprio un nuovo modo di approcciarsi al settore, sia come tipologia di servizi sia nel modo con cui ci si relaziona con gli stakeholder clinici, istituzionali e pazienti”, ha spiegato Luca Simonato, tesoriere e segretario di BioPharma Network oltre che Direttore Generale di Inrete, agenzia di Relazioni Istituzionali e Comunicazione. D’altra parte, quando arrivano sul mercato grandi innovazioni, nuove opzioni terapeutiche e tecnologie come le terapie geniche o il digital health, i cambiamenti sono radicali. “Cambiando il contesto in cui le aziende operano, di conseguenza viene meno il classico schema delle divisioni aziendali”, ha continuato. “Per questo, anche le competenze evolvono, ed è sempre più necessaria un aggiornamento costante e multidisciplinare”.

Insieme all’approccio generale da parte delle aziende, a essersi modificata è anche la percezione del settore della Salute: se negli ultimi anni ci si è dovuto confrontare con problemi di reputazione, oggi la sfida è far comprendere il valore che le aziende Life Science determinano per la società di oggi e di quella di domani. “Dalla narrazione delle opzioni di cura, ora il modo di raccontarsi è cambiato ed è volto a sottolineare la centralità del paziente, ancora di più dopo una pandemia che ci ha spinto a ripensare i modelli e i sistemi organizzativi per la presa in carico dei pazienti stessi”, ha chiarito Simonato.

“Chi lavora nel pharma deve quindi avere l’ambizione di sapersi concentrare non solo sui singoli progetti, ma avere una capacità di relazionarsi con associazioni di pazienti, istituzioni e altri stakeholder. Ciò significa sviluppare competenze e abilità che vanno ben oltre la parte tecnica”. Queste nuove competenze, peraltro, sono richieste a tutti i livelli e sulla struttura organizzativa. “Si sta notando molto il cambio di approccio, perché non si tratta solo di promozione, ma di trasferire il valore aggiunto di un’opzione terapeutica non solo sull’aspetto clinico per il medico e per il paziente, ma anche per la sostenibilità del sistema: la salute quindi diventa da costo a valore sociale”, ha concluso Simonato.

Tutto ciò si riflette poi direttamente nella struttura interna delle aziende. “Le aziende pharma hanno sempre più strutture flat e presentano spesso organigrammi ibridi”, ha aggiunto il presidente di BioPharma Network Domenico Guajana. “Da sempre una specificità del mondo farmacologico è l’essere guidato dalla soluzione farmaceutica che le aziende producono, ma fino a qualche anno fa le terapie erano il risultato di sintesi chimica e indirizzate a popolazioni ampie di pazienti come i diabetici, gli ipercolesterolemici e gli ipertesi, mentre oggi le nuove terapie non sono più di natura chimica ma biotecnologica, e rivolte a popolazioni ristrette in termini epidemiologici,con un elevato unmeet medical need, come nel caso di malattie rare, genetiche, sottotipi di patologie o malattie oncologiche e immunologiche a diversi stadi”.

Come anticipato, l’effetto è anche e soprattutto in termini comunicativi. Se prima la comunicazione era prevalentemente incentrata sull’aspetto clinico, oggi si orbita attorno al valore del farmaco, non tanto in termini di prezzo bensì di impatto economico sul sistema sociale, sanitario e sulla vita delle persone e della comunità. “Questo cambio di prospettiva si riflette sulle competenze necessarie”, ha continuato Guajana. “Prima servivano capacità hard e soft di un certo tipo, mentre oggi la parte tecnica è meno chimica e più biotecnologica, e sul fronte della comunicazione importa di meno il dato clinico e di più l’impatto del farmaco sulle persone”.

Insomma, si potrebbe dire che serve la capacità di comprendere un contesto complesso, di imparare facilmente e di gestire interlocutori con richieste diverse. “Tra cambi generazionali e digitalizzazione, anche il ruolo del manager farmaceutico evolve velocemente: deve imparare nuovi approcci al lavoro che si generano da questo cambiamento, con la consapevolezza che aumenterà sempre di più il peso del contributo del singolo”, ha precisato.

Ma come impatta questo cambiamento sul fronte dell’occupazione e della formazione? “Se già oggi tutte le aziende pharma più importanti hanno il focus sulle biotecnologie, tra 5 o 10 anni ciò sarà ancora più evidente, tra ingegneria tissutale, farmaci biologici di nuova generazione, terapia genica, diagnostica genetica e nuove tecniche di screening”, ha raccontato il vicepresidente di BioPharma Network Michele Barletta.

Biotecnologi e Biologi, insomma, avranno la laurea di maggiore rilevanza. “Oggi, è sempre di più nel prossimo futuro, l’informazione scientifica sarà sempre più complessa e centrata su prodotti e meccanismi biotecnologici di ultima generazione, di nuova scoperta per particolari manifestazioni cliniche e ad alto valore economico. Sarà quindi necessario trasferire alla classe medica e ai diversi stakeholders nozioni e meccanismi biotecnologici e genetici e con un approccio e una competenza diversa dal passato. Sicuramente se a farlo sarà un biotecnologo o un biologo, che ha studiato in profondità queste tematiche, si concorrerà maggiormente a far comprendere le caratteristiche e il valore clinico dei nuovi farmaci biotecnologici”

Ma non c’è solo la parte tecnica. Accanto alla competenza scientifica, infatti, nel mondo occupazionale pharma sono sempre più necessarie competenze manageriali. “Il laureato in biotecnologie avrà opportunità professionali nei diversi dipartimenti manageriali dell’azienda: Marketing, Comunicazione, Market Access, Medical Affair, in ambito regolatorio e dell’informazione scientifica”, ha confermato Barletta. Su questo tema la stessa BioPharma Network ha recentemente realizzato una survey tra gli associati dal titolo Pharma: analisi sulla tipologia di laurea e professione, da cui emerge per esempio quali sono i curricula universitari più presenti nelle imprese, e quali dipartimenti aziendali hanno le maggiori quote di occupati, confermando di fatto come biotecnologi e biologi sono oggi la rappresentatività più alta del settore (34,1%), con impiego nei dipartimenti di Medica, Informazione scientifica, Marketing e Market Access, e con uniforme distribuzione tra ruoli dirigenziali, manageriali e specialistici.

“Una strategia che sarà interessante innescare per la formazione universitaria di domani è fondere le competenze, incorporare nei piani di studio, insieme alla fondamentale parte scientifica, anche discipline che per ora sono toccate marginalmente, come marketing, comunicazione, innovazione, economia e allenare le soft skill, in modo da permettere agli studenti di conoscere queste aree, di potersi orientare durante il percorso di studi e di approfondire ulteriormente la competenza manageriale attraverso percorsi post-laurea dedicati e specifici di settore e potenziare la formazione, anticipando l’ingresso in azienda, attraverso percorsi dedicati come stage e tirocini”, ha spiegato Barletta. Nei corsi di laurea in biotecnologie o in biologia possiamo quindi aspettarci insegnamenti di marketing e management, da approfondire poi dopo la laurea.

BioPharma Network sta collaborando con alcune Università Italiane per formare e orientare gli studenti di Biotecnologie e Biologia verso il comparto farmaceutico con progettualità che avvicinano la formazione tradizionale alle competenze manageriali. Tra i trend prospettati da BioPharma Network, e non solo, c’è l’ulteriore incremento di Biotecnologi e PhD, specializzati in aree Oncologiche, Genetiche e Immunologiche, nelle aziende del comparto.