«Il futuro non è proiezione del passato. La rivoluzione tecnologica ci ha portato dentro un nuovo ecosistema, ma la chiave vincente resta la formazione».

È tutto in movimento. D’altronde mai come in questo tempo fragile e connesso il lavoro sta subendo forti accelerazioni, imprevedibili fino a poco tempo fa. «Niente avviene in un minuto, ma questi due anni di pandemia hanno portato un’accelerazione fortissima per cui l’umanità che può vivere nell’otium è un’umanità allargata, anche perché il ruolo degli schiavi viene preso dalle macchine. D’altronde la macchina da sempre è stata un sostituto degli schiavi. È giunto il momento di smetterla di pensare al futuro come ad una proiezione del passato. La rivoluzione tecnologica ci ha portato dentro un nuovo ecosistema».

Così ha scritto Maurizio Ferraris – uno dei più influenti filosofi contemporanei, docente ordinario di filosofia teoretica al Dipartimento di Filosofia e scienze dell’educazione dell’Università degli Studi di Torino e a capo dell’istituto di studi avanzati Scienza Nuova – nel suo ultimo libroDocumanità. Filosofia del mondo nuovo”. Nel suo volume edito da Laterza Ferraris fa emergere tutto il senso di urgenza e al contempo di positività legato a questo mondo segnato dai dati e dal loro utilizzo. «Un tempo le organizzazioni avevano unità di tempo e spazio aristoteliche e hanno perso queste caratteristiche perché gli esseri umani oggi lavorano sempre e mai. Mi interessa cogliere i cambiamenti del lavoro: ci sono oggettivamente meno lavori, ma bisogna formare delle persone capaci di inventarsi nuovi lavori non necessariamente creativi. Invece bisogna puntare su una formazione capace di generare spirito di iniziativa, spirito di impresa. Quel 70% di lavori che ancora non ci sono e che molte ricerche sostengono che si paleseranno nei prossimi anni di fatto vedranno come protagonisti gli umani del futuro, a patto che siano formati adeguatamente. La chiave è la formazione, che è anche alfabetizzazione all’imprenditorialità e che diventa attitudine, sensibilità, ambizione. L’educazione deve coinvolgere anche la classe docente: più la popolazione è educata, più abbiamo gli elementi cardine della democrazia. Prima non c’erano neppure persone in grado di scrivere che la terra non era piatta», afferma Ferraris.

La fine dell’homo faber. Così il bicchiere per Ferraris è mezzo pieno più che mezzo vuoto. E allora intervistando il filosofo mi torna alla mente la storia di Alice, l’ultima lavoratrice sulla terra in un mondo digitalizzato, raccontata dal collettivo inglese di artisti, disegnatori e fumettisti conosciuto come Most Collective sul Guardian. Per loro il futuro del lavoro è sintetizzabile dal cartoon chiamato The Last Job: in scena c’è propria la storia di Alice a casa, al lavoro, per strada. Alice impegnata a fare la spesa o in viaggio. Alice come avamposto umano per relazioni virtuali che passano di fatto solo ed esclusivamente dallo smartphone. Una visione apocalittica, ma anche lontana anni luce da ciò che sarà il futuro. «In realtà oggi la tecnologia è interessante per l’umano in quanto umano. E tutto questo determina una totale dipendenza della macchina rispetto all’umano. Da questo può venire un grande progresso, anche perché i lavori automatizzati sono in genere brutti lavori. Abbiamo però bisogno di un welfare digitale, anche se in questo scenario che genera dati e quindi valore c’è un problema di misurazione e quindi a cascata di redistribuzione. Anche perché se il valore del petrolio lo determina il mercato, il valore di ciò che produciamo sul web lo determinano le stesse piattaforme», dice Ferraris. Un conflitto di interessi evidente. Ma c’è di più. Il filosofo prospetta la fine dell’homo faber, che prima era assoggettato ad una dimensione etica del fare che lo vedeva centrale solo laddove la sua azione era di trasformazione di elementi naturali in qualcosa di tangibile. Oggi la prospettiva dell’azione umana si apre verso la traccia che questi lascia nel suo esercizio di passaggio sulle piattaforme. «L’iperspecializzazione non è più il punto di equilibrio perché quella cosa per cui si è estremamente specializzati risulta obsoleta. Ci stiamo avviando a una situazione non diversa da quella presente nell’antichità. Può sembrare un paradosso, ma nel passato c’era un numero limitato di persone che potevano vivere scrivendo e pensando in modo creativo perché per tutto il resto c’erano gli schiavi, che hanno rappresentato gran parte dell’economia fino a quando sono poi arrivate le industrie manifatturiere. Oggi abbiamo una grandissima opportunità: il web è il più grande apparato di registrazione che l’umanità abbia sinora sviluppato e questo spiega l’importanza dei cambiamenti che ha prodotto», dice Ferraris.

Lei parla di rivoluzione documediale…

Quello che è importante della docusfera è che non esisterebbe se non ci fosse l’infosfera, cioè la sfera degli esseri umani. Qui è necessario fare una serie di precisazioni. C’è la necessità di un riconoscimento della produzione di valore che tutti gli esseri umani svolgono sul web. Su questo le piattaforme sono restie, ma ogni fabbrica deve pagare i propri operai: se il nostro consumo o le nostre mobilitazioni arricchiscono il web diventiamo di fatto produttori di valore.

Chi verrà – o è già arrivato – dopo l’homo faber?

Intanto ricordiamoci sempre che l’evoluzione è continua: d’altronde l’homo sapiens ha fatto fuori l’homo di Neanderthal. La quintessenza dell’uomo è la ricerca e non la fatica. L’homo faber è stato scalzato dall’homo incazzatus, cioè risentito, sovranista, individualista.

Il futuro si disegna col contributo della politica, delle stesse aziende, delle organizzazioni di rappresentanza o di altro ancora?

Mentre nei due secoli passati il progetto politico era guidato dalla lotta di classe, adesso non può più essere così perché banalmente non ci sono più le classi. Penso alla nascita degli “stati-nazione” di Luigi XIV con i feudatari a corte trasformati in suoi dipendenti. Se sostituiamo le piattaforme ai feudatari si può vedere la situazione attuale. Oggi i valori non vengono solo dalle persone e dai partiti, ma anche dalle aziende fatte di individui. Prima si pensava che le aziende fossero portatrici dei valori prefabbricati e quindi valori borghesi. Oggi vivono questo tempo in modo attivo.

Lei ha dichiarato che “avere intelligenza non è solo calcolare. È anche avere delle ragioni per farlo, e queste ragioni derivano dal fatto di avere un corpo sottoposto al bisogno, all’urgenza, alla mortalità: tutte cose che l’intelligenza artificiale non possiede”. L’uomo avrà sempre la meglio sull’AI?

L’intelligenza artificiale non è un cervellone diabolico, è l’impassibile notaio dei nostri interessi e desideri, della nostra intelligenza e stupidità. È infaticabile: riesce a trasformare in risorsa, cioè a capitalizzare, ciò che per mancanza di documenti, di tempo e di energia andrebbe disperso. D’altronde chi si metterebbe al servizio dell’umanità misurandone i bioritmi? Ma se questa umanità si dota di smartwatch riesce a produrre valore anche dormendo.