«Lo smartworking è mille volte più alienante di una catena di montaggio. Il comando deve demolire ogni forma piramidale e gerarchica per diventare cooperazione responsabile».

Il futuro non è più quello di una volta, scriveva il poeta canadese Mark Strand. E in questo concetto c’è tutto il senso di quella contraddizione e imprevedibilità che racchiude l’idea stessa di futuro, anche quello del lavoro. Nulla è più come prima nel tempo fragile dell’emergenza, delle restrizioni, dello smartworking esteso, delle conference call mediate dagli schermi. Ma non è detto che tutto questo sia un elemento positivo. Anzi, spesso è tutt’altro. Per parlare di lavoro e non solo dallo scorso anno in libreria c’è “Il lavoro dello spirito”, scritto da Massimo Cacciari per Adelphi. Lavoro creativo e autonomo. Lavoro umano considerato in tutta la sua attuosa potenza ed esplicitato nelle sue contraddizioni. La riflessione parte dalle due conferenze tenute da Max Weber a cavallo tra il 1917 e il 1919 dal titolo Die geistige Arbeit als Beruf, traducibili con il concetto del lavoro dello spirito come professione. Formulazione quanto mai pregnante perché rappresentava l’idea regolativa, il progetto e la speranza che avevano animato il mondo della cultura borghese tra Romanticismo e Schiller e avrebbero costituito poi il filo conduttore dello stesso pensiero rivoluzionario successivo, da Feuerbach a Marx. Questo lavoro dello spirito, nella sua forma capitalistica di produzione, fagocita quella scienza che pure è l’autentico motore dello sviluppo e finisce col delegittimare la stessa autorità politica, che nella promessa di liberazione trova il proprio fondamento. La “gabbia di acciaio” è destinata dunque a imprigionare anche quel “lavoro dello spirito”? E ancora – restando a Max Weber e alla sua idea che solo attraverso la specializzazione uno scienziato potesse aspirare a produrre “qualcosa di realmente compiuto in ambito scientifico” – è ancora così? Oppure il mondo di oggi richiede la formazione di figure che facciano della multidisciplinarietà la propria cifra? «La specializzazione è una necessità imprescindibile dell’intera civiltà moderna e sarebbe ridicolo contrapporla a un universalismo del sapere. Il problema è che lo specialista, proprio in quanto tale, deve riconoscere la propria parzialità, il proprio far-astrazione dal tutto e dunque sapersi sempre relazionare alle altre dimensioni non solo del sapere, ma delle forme di vita», afferma Cacciari.

Alienazioni a mezzo schermo. Nel leggere il libro di Cacciari, e in generale nel riflettere su quello che sta succedendo nel lavoro contemporaneo, mi torna alla mente una geniale copertina del New Yorker di pochi mesi fa: c’è un palazzone della prima periferia londinese fotografato in un pomeriggio di quella seconda primavera segnata ancora dall’emergenza, con le persone al lavoro che si intravedono dalle finestre. Di necessità virtù. Quegli spazi casalinghi che una volta erano vuoti nelle ore di lavoro, oggi brulicano di vita nel tempo dello smartworking. L’illustratore scozzese Tom Gauld ha deciso di mettere sulla copertina del New Yorker questa nuova routine mediata dagli schermi. Captive Audience è il titolo scelto. Un gioco di parole che richiama alla duplice natura di un pubblico passivo, ma anche prigioniero. Oggi è l’engagement la parola chiave, cioè il coinvolgimento attivo, con il lavoro che vira verso soluzioni di gamification. Ma quanto è difficile attuare queste azioni! Proprio nel volume di Cacciari si parla della liberazione dell’umano dalla gabbia della ripetizione e dell’alienazione grazie alla scienza. Oggi quel mondo del lavoro si interroga sui modelli di smartworking e sull’alienazione da videocall. Ecco allora che si parla della generazione della conferenza a mezzo video con quello che è stato ribattezzato addirittura Zoom Fatigue. Contraddizioni evidenti e difficili da superare. «Ma l’idea che la liberazione dal lavoro come labor, fatica, ponos possa avere a che fare con lo smartworking è semplicemente ridicola. È troppo evidente che lavorare di fronte ad un pc, a casa e senza rapporto sociale, a distanza sociale, occupato in attività de-responsabilizzanti, può essere mille volte più alienante che ad una catena di montaggio. Il lavoro può diventare attività, espressione del mio essere attivo e non passivo, solo quando sarà assolutamente libero e cioè molto semplicemente quando potrò fare quello che il mio “dèmone” ritiene sia espressione della mia anima. A questo occorre tendere», precisa Cacciari.

Professore, lei si interroga sull’esigenza del comando e al contempo sul riconoscimento delle libertà e sostiene che tutto questo è un “esercizio di altissima alchimia”. Che nuovo profilo di leadership emerge?

Il comando oggi deve demolire ogni sua forma piramidale, gerarchica, diventare cooperazione responsabile. Esattamente l’opposto di quella forma di comando che si è manifestata con il governo della pandemia: esempio insuperabile di burocratismo normativistico portato all’eccesso contro il quale nessuna organizzazione imprenditoriale ha culturalmente protestato, segno evidente che la loro idea di comando è ferma all’azienda ottocentesca.

Altro passaggio rilevante che tratta è come “la capacità professionale non si collochi nel vuoto. È gettata nella città, nella relazione tra città e Stato”. Oggi il legame tra azienda, intesa anche come luogo di lavoro, e città come si esplicita?

Non vi è alcun rapporto. L’azienda è ancora più altra rispetto alla città di quando vi erano le grandi fabbriche. La differenza sta nel fatto che ora l’azienda è dispersa nel territorio – ovvero, che non esiste più città. Ne parlo anche nel il mio libretto La Città” edito da Pazzini.

Possono le aziende muoversi senza una scienza al loro fianco? O ancora possono scienza e tecnologia fissare gli scopi fino a sostituirsi alla leadership responsabile?

Scienza e tecnica sono la stessa cosa e non hanno mai fissato altro obiettivo che non fosse la loro stessa crescita, lo sviluppo dei saperi che le costituiscono. Ogni altro obiettivo politico, sociale, culturale può essere costruito soltanto dall’alleanza tra esse e un’azione politica globale. È questo precisamente il senso del mio libro “Il lavoro dello spirito.

Lei ha dichiarato che “senza organizzazione, senza sindacato, senza rappresentanza, queste nuove forme di lavoro individuale, indipendente, autonomo che in ogni settore vanno pure emergendo formeranno nient’altro che il nuovo proletariato”. Che tipo di rappresentanza dovrebbe emergere come tutela contemporanea?

È evidente che oggi i lavoratori, tutti e in particolare quelli che svolgono le funzioni massimamente produttive, non dispongono di alcuna organizzazione e non riescono a formare alcun sindacato (da sin-ducere: condurre insieme, riunire). Senza soggetto politico ogni rivendicazione – da quelle economiche a quelle riguardanti le necessarie riforme sociali – sono destinate a cadere nel vuoto. Ma la metamorfosi da potenza produttiva a potenza politica è la più difficile che vi sia, oggi mille volte più che nel periodo post-bellico.