Stefano Pozzi è impegnato nel progetto di gestione del Personale di EMERGENCY ONG Onlus in Afghanistan, dapprima sul campo e ora dall’Italia. Ci racconta la sua esperienza nella gestione delle risorse umane in un quadro decisamente fuori dall’ordinario.

Stefano Pozzi, come è approdato in EMERGENCY?

Anzitutto grazie per questa opportunità che LINC mi offre di raccontare sensazioni ed esperienze professionali in un contesto così particolare come la frontiera, in un Paese di cui sentiamo descrivere solo le criticità e le privazioni. Per chi si occupa di Personale, ma non solo, è stimolante immaginare anche percorsi diversi da quello che stiamo compiendo perché ci piace “fare HR” e, se siamo immersi in questa professione, è perché vi ricerchiamo anche stimoli e relazioni.

Lo scorso aprile ho voluto cogliere l’opportunità datami da una vacancy sul sito di EMERGENCY ONG Onlus che cercava un HR per un progetto quasi da green field in Afghanistan, una finestra temporale aperta e rara (figli autosufficienti, anziani genitori resistenti, chiusura di un lungo e soddisfacente contratto professionale e…moglie santa) e il mio bisogno di vivere una esperienza forte di restituzione.

Il progetto consiste nel gestire le attività tipiche della funzione HR del Personale nazionale afghano, circa 1600 Persone, sino allo scorso giugno demandate alla sola funzione amministrativa, e implementare le nuove politiche di base, sia di gestione (compensation & allowances, disciplinare, regolamento interno) sia di sviluppo del Personale (selezione e valutazione periodica).

Ho deciso facilmente e a giugno, ancora poco consapevole, ho salutato molti e sono partito per l’Afghanistan per svolgere per quasi sei mesi quel lavoro molto concreto nei tre ospedali e quarantaquattro Posti di primo soccorso e Ambulatori che EMERGENCY ONG Onlus ha saputo creare in quel martoriato Paese, impoverito da 42 anni di guerra ininterrotta (che di civile non ha nulla) in luoghi con scarsissime risorse, pure drenate con forza da quei pochi che ne desiderano e perpetuano l’instabilità.

Al suo arrivo come è stato il primo impatto?

Credevo di trovare in Afghanistan, all’interno di questo progetto di solidarietà e pace, la fatica fisica per la mancanza delle comodità a cui siamo abituati, la solitudine per la distanza dagli affetti per molti mesi, e la soddisfazione nel dare forma a un progetto professionale di cui erano chiari i contorni e gli obiettivi.

Ho trovato soprattutto altro: la dignità di Persone povere e consapevoli della sofferenza, che sanno che la loro esistenza vale meno di quella di altri nel mondo, che è meno considerata perché sono più poveri e perché vivono in un Paese disgraziato dove anche l’accesso ai servizi e alle cure di base è un bene prezioso che solo i pochi che vivono nelle grandi città possono permettersi di sperare di avere. I padri che, senza più lacrime, accompagnano i figli devastati dalle mine o da faide dimenticate presso i Posti di primo soccorso di EMERGENCY ONG Onlus e le madri che, all’alba, si mettono in coda dopo aver camminato chilometri con i loro tanti bimbi per accedere ai pochissimi consultori e ambulatori sono l’immagine di questa dignitosa accettazione.

E rispetto al suo lavoro?

Ho incontrato la vicinanza di sentimenti con i colleghi e le colleghe afghane che parlano di figli o delle loro aspettative durante la pausa mattutina del tè, che desiderano una vita normale, povera ma quanto più simile a quelle che vedono accadere in Pakistan o in Iran, rimbalzate loro da Youtube o dalle Tv. Nulla di diverso da quanto accade qui: tinteggiano casa, comprano le scarpe quando ci sono i saldi o quando termina il Ramadan, si accontentano di scarpe usate anche se hanno lavori dignitosi. Come si fa a non sentirli vicini ed essere solidali?

Sono stato immerso in un gruppo di Persone motivate, aperte al mondo, della generazione successiva alla mia e con mille e più esperienze di me, gli internazionali, e ho condiviso con loro le poche giornate di riposo e le chiacchiere della sera protetti da muri alti. Ho cercato di impararne il linguaggio leggero, il relazionarsi con pochi paradigmi e nulle gerarchie, l’approccio sciallo ed umile e l’astensione dal giudizio, molto lontano da una visione tutta basata solo sul contributo personale che impariamo essere il nuovo modo di fare leadership.

Infine il lavoro, che è quello che conoscevo, con gli stessi assunti e simili regole (il diritto del lavoro e la costituzione afghana sono in parte il risultato del lavoro di giuristi italiani) e con la necessità di impararne gli aspetti operativi. Sono convinto che il lavoro sia stata solo la mia chiave fortunata per far coincidere un pezzo della vita professionale con le mie aspettative di vita.

Cosa c’è di diverso rispetto a un ruolo in HR di tipo “tradizionale”?

Noi HR possiamo svolgere il nostro lavoro ovunque se non dimentichiamo la nostra umanità e abbiamo ben chiari quali sono i pilastri sui cui fondiamo la nostra professione: valori, competenze, umiltà, servizio. In Afghanistan, come ovunque, devi avere l’umiltà di capire il contesto culturale, sociale ed economico in cui ti trovi e le attese e i bisogni da soddisfare, devi saperti mettere al servizio del progetto di EMERGENCY, avere le competenze per essere presto efficace e portare valore e, infine, avere valori che ti sostengano sempre, anche nel reggere per periodi così lunghi in contesti così lontani.

E invece i punti in comune?

Molti: come raccontavo, in Afghanistan le Persone hanno gli stessi bisogni e necessità che si hanno altrove e a noi è chiesto semplicemente di fare bene il nostro lavoro, garantire ascolto, supporto, competenze e di avere sempre chiari gli obiettivi che EMERGENCY ha: garantire cure di qualità e gratuite alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e, allo stesso tempo, promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.

Qual è il valore aggiunto che un’esperienza di questo tipo può portare all’approccio della gestione delle risorse umane?

Personalmente mi porto a casa molto, molto di più di quanto ho potuto dare e anche professionalmente è formativo tornare a fare le cose essenziali, quelle che servono veramente per avere l’ingaggio delle Persone, la loro dedizione al difficile lavoro della medicina d’urgenza. Pure il linguaggio cambia: è il linguaggio delle necessità e lavorare con e per Persone di una diversa cultura è, anche in questo, un acceleratore.

Tornando alla sua esperienza, purtroppo mentre era lì la situazione in Afghanistan è velocemente peggiorata…

La guerra s’è fatta troppo vicina ed EMERGENCY ha deciso per me che il personale non strettamente indispensabile al funzionamento quotidiano dell’ospedale sarebbe dovuto rientrare per evitare il rischio personale e dell’organizzazione di una esfiltrazione tra gli spari. È stata una decisione corretta che, probabilmente, non avrei saputo prendere: abbracciare e lasciare i colleghi e le colleghe per non vederli più (gli afghani) o per tantissimo tempo (gli internazionali) non era per me.

Oggi negli ospedali di EMEGENCY a Kabul, Anabah e Lashkar Gah la situazione si è stabilizzata: non c’è più la guerra tra divise di diverso colore, ci sono “solo” le faide e i conflitti a fuoco tra bande e le mine anti-bambino (sì, la maggior parte di colpiti sono i bambini, che non sanno riconoscerle) che portano pazienti e corpi senza vita negli ospedali.

Ma sta arrivando l’inverno e non ci sono più soldi nascosti sotto le mattonelle dell’unica camera da letto delle loro case, né per comprare il carbone con cui riscaldarsi né per comprare il cibo nei bazar (unica risorsa quando non c’è elettricità e il frigorifero è un oggetto raro). Una spaventosa crisi economica che rischia di tramutarsi in alimentare è la nuova opprimente emergenza.

La guerra bastarda e la siccità cieca hanno tolto tutto quello che rimaneva, il blocco dei conti e delle rimesse internazionali (delle organizzazioni sovranazionali, degli emigrati) sta colpendo molto duramente Persone pacate, dignitose e che hanno diritto ad una vita migliore.

EMERGENCY resta in Afghanistan, e lo fa per loro.

Oltre a contribuire economicamente con una donazione, in quali altri modi è possibile sostenere EMERGENCY in Afghanistan?

Credo che l’attenzione di questi mesi sull’Afghanistan ci abbia fatto conoscere le storie delle Persone, ce le abbia fatte sentire vicine, ci abbia fatto vedere la loro carne e scoprire che non è un mondo lontano, sono solo Donne, Uomini e Bambini che vivono in un Paese dilaniato dalle guerre, dalle bombe e dalle privazioni che queste portano. Tenere alta l’attenzione verso l’Afghanistan e verso i tanti paesi che sono in queste condizioni, ripudiare le guerre, che sono sempre sbagliate, le bombe e le mine, è già un importante sostegno.