Il 2021 si sta per chiudere e impone una profonda riflessione. Nel mondo sono stati persi 114 milioni di posti di lavoro per la pandemia, di cui 22 milioni solamente nei Paesi OCSE. La disoccupazione rimane in media al 6,3%, con un +1,3% rispetto a febbraio 2020, e chi risulta particolarmente colpito dalla crisi sono i giovani. Una situazione per la quale la maggior parte degli Stati europei sta introducendo nuove strategie di politiche attive per rilanciare il mercato del lavoro interno, favorite dallo stanziamento delle ingenti risorse del Next Generation EU.

Un’occasione importante per tutti. Anche per l’Italia, che con il PNRR punta a rilanciare la propria occupazione. Per raggiungere l’obiettivo occorre investire su una formazione professionale di cui si possano misurare adeguatamente i risultati, stabilire dei percorsi sul breve e lungo termine basati sull’utilizzo di studi predittivi specifici e, infine, puntare all’integrazione tra soggetti pubblici e privati. In un contesto come quello attuale, dove le aziende italiane si stanno digitalizzando come mai prima e con un indice di previsione netta sull’occupazione del +28%, l’aspetto critico è la ricerca di profili specializzati: per l’85% delle aziende mancano i talenti. Ed è per questo che dobbiamo continuare a supportare la trasformazione delle competenze attraverso l’upskilling e il reskilling, formando adeguatamente i giovani.

Inoltre, occorre sviluppare una strategia di formazione rapida e specifica, che segua la reale evoluzione delle competenze, così da diminuire progressivamente il dato relativo al talent shortage. È anche necessario intraprendere un decisivo cambio di passo su competenze e servizi per il lavoro, superando le difficoltà di coordinamento fra Stato e Regioni e fra operatori pubblici e privati. Persiste ancora una visione troppo emergenziale e assistenzialistica che rischia di limitarsi a tamponare sempre l’emergenza. Servirebbero, invece, nuove forme di mobilità guidata, di riconversione professionale, di percorsi di ricollocazione dei lavoratori, di interventi di formazione specifica sulle competenze fondamentali (digitale e meta-competenze). In uno scenario di questo tipo, le Agenzie per il Lavoro (ApL) possono dare un importante contributo, potendo contare su un forte presidio territoriale e su un patrimonio di relazioni con migliaia di aziende, di cui conoscono le esigenze e a cui sono in grado di offrire un sistema integrato di strumenti che permettono di accompagnare i lavoratori durante l’intero ciclo di vita professionale: formazione, riqualificazione, orientamento, fino al supporto durante le fasi di discontinuità professionale.

Ed è per questo motivo che tra le proposte formulate dalle ApL e indirizzate al Governo, ce ne sono alcune che potrebbero sostenere il mercato del lavoro attuale: tutelare l’occupazione, privilegiare contratti anche temporanei, ma con maggiori garanzie per il lavoratore; erogare fondi pubblici solo a chi garantisce accesso al lavoro; infine, prevedere dei percorsi formali riguardanti l’alfabetizzazione digitale e riconversione professionale dei lavoratori, che coinvolgano anche i lavoratori in cassa integrazione e magari pure una parte significativa dei beneficiari del reddito di cittadinanza.

Per il futuro, l’Italia deve quindi ripartire dai lavoratori e dei propri talenti, favorirne l’aggiornamento professionale e guidarli in un mercato – quello del lavoro – sempre più in rapida mutazione e con un’impronta fortemente digitale.