Chiunque sia stato, in un certo momento della sua vita, un adolescente in Italia si sarà convinto di una cosa: che il forno è il luogo più sicuro dell’universo. C’è quando si torna a casa tardi la sera, un saluto agli amici e si passa a prendere un trancio di pizza che ci restituisce agli ordini. C’è quando si salta la scuola, il fornaio che incarta lo spicchio e sorride ci fa sentire a casa ancora prima di arrivarci davvero. Ha le mani in pasta, una materia morbida da modellare, da accarezzare quasi, che solo dopo tanta cura inizia a prendere forma, quella che si decide di darle. A sorprendere, allora, nella scelta del Forno Brisa di Bologna come Great Place To Work, una certificazione internazionale che calcola la soddisfazione dell’ambiente lavorativo, è solo che sia il primo forno a riceverla e per giunta solo quest’anno.  

In realtà, certificate da Great Place To Work ci sono perlopiù multinazionali come ad esempio Fastweb, American Express, DHL, quindi la presenza del forno bolognese è singolare. Presente in oltre 60 paesi nel mondo, la società si occupa di consulenza e di people analytics e analizza il benessere del luogo di lavoro, che va dal clima organizzativo alla gestione delle risorse umane. Sono 113 in Italia le aziende coinvolte nello studio, che si svolge tramite un questionario compilato dai dipendenti nel quale vengono indagate varie arie tematiche come la credibilità, rispetto, equità, orgoglio, comunicazione, immagine aziendale, giustizia coinvolgimento, coesione, e senso di comunità. Sono le ultime tre che hanno raccolto all’interno del Forno Brisa un consenso pari al 97 per cento, facendola schizzare in cima alla classifica.  

Non serve essere passati da Bologna per inquadrare il Forno Brisa: è sufficiente scrollare la pagina Instagram, dove scorrono in sequenza le facce sorridenti dei collaboratori insieme alla promozione di tante attività creative. Nato dalle ceneri di un forno di quartiere, Forno Brisa se lo sono inventati quattro ragazzi che hanno deciso di lasciare tutto e cambiare vita per dedicarsi all’arte della panificazione e rivoluzionare l’immagine del fornaio per come siamo abituati a ricordarla. Ci è voluto poco prima che il forno diventasse un punto di riferimento per il quartiere, sfornando ogni giorno pane, pizze, dolci da forno e tantissimi altri lievitati. «Il contesto in cui lavoriamo tutti i giorni è fondamentale per la resa del prodotto: il nostro laboratorio è un ambiente allegro, curato e accogliente, i muri sono coperti di murales fatti da giovani artisti affermati, la musica è sempre accesa», rispondono quando li viene chiesto di descrivere, in maniera immersiva, com’è l’ambiente in cui lavorano.  

Che cosa vuol dire che sovvertono l’immagine classica del fornaio? Si parte sicuramente dalla routine lavorativa: «I ritmi sono fondati sul rispetto della vita privata delle persone, infatti non lavoriamo di notte», rispondono. Niente pizzette delle due di notte, se quel sorriso che ricordiamo dall’infanzia non era che un gesto di cortesia. «Le giornate al Forno Brisa sono una diversa dall’altra, crediamo fortemente nel miglioramento continuo e l’avventura di ciascuno dei nostri collaboratori è un viaggio di crescita personale in tandem con la crescita dell’impresa», aggiungono, sottolineando l’importanza dei progetti speciali, ovvero quattro all’anno, che sono occasione per i collaboratori di combinare formazione e svago. «La più significativa è sicuramente il Mietitour, l’evento interno che coinvolge tutto il team e una parte consistente della rete allargata, che si riunisce ogni anno per un weekend a luglio, in Abruzzo, nella nostra azienda agricola: qui si tirano le fila dell’anno, si pianifica la chiusura di quello in corso, si svolgono workshop ma soprattutto si stringono e cementano ulteriormente le relazioni».  

Relazioni che uniscono il team che vengono descritte come “forti e sincere”, all’interno di un clima di collaborazione e trasparenza al momento abitato da 39 collaboratori di cui 20 donne e 19 uomini che hanno un’età media sotto i 30 anni. Oltre al felice calo di età demografica, sorprende molto un altro dettaglio, che sono pochissimi i collaboratori che provengono da un percorso specializzato, che hanno cioè studiato per diventare fornai. C’è la pizzaiola Emanuela, ingegnera elettronica; Riccardo, cioccolatiere e avvocato; Valeria, antropologa e barista. Quando interrogati su questa scelta rispondono che «rispecchia il nostro modo di reclutare i talenti, senza focalizzarci sulle grandi competenze ma ricercando persone curiose, appassionate e con tanta fame di crescere in un ambiente felice. Siamo convinti che il mestiere si possa cucire addosso alle persone giuste». Aggiungono: «Non ci sono segreti nel cursus delle carriere né salti possibili, perché è fondamentale toccare con mano ogni tipo di lavorazione». 

Ci dev’essere sicuramente una correlazione tra il prodotto offerto, semplice ma allo stesso tempo fondamentale, e il contesto in cui viene prodotto. «Infatti i negozi sono spazi dedicati all’accoglienza e all’ascolto: tutto questo incide positivamente sul risultato di un prodotto che è fatto con amore, da persone felici che amano il proprio lavoro e vogliono contribuire a creare un ambiente sano e gentile». Da poco il Forno ha aperto nel capoluogo emiliano la quarta sede, uno spaccio in cui oltre ai soliti lievitati si vendono a prezzo scontato anche quei prodotti “brutti ma buoni” ovvero quelle prelibatezze esteticamente imperfette, quasi a dire che c’è sempre una seconda possibilità dietro la porta, infiniti modi di reinventarsi.